Questo è l’articolo pubblicato su "LA STAMPA" il 5/11/2008
di Monica Mazzotto
I recettori cellulari
Per la sua diffusione è stata definita una malattia sociale: il tumore al seno colpisce una donna su 10 e in Italia, lo scorso anno, se ne sono ammalate oltre 40mila . In loro aiuto laboratori di tutto il mondo lavorano per cercare nuove cure. Uno di questi team, che punta sullo studio della biologia molecolare della patologia, lavora a Torino ed è guidato da Emilio Hirsch, professore al dipartimento di Genetica, Biologia e Biochimica dell’Università.
«La biologia molecolare è fondamentale nello studio dei farmaci d’avanguardia -spiega -. Aiuta a capire i meccanismi fondamentali di come funzioniamo. Quando si sa come funziona un apparecchio, si sa anche come aggiustarlo. Lo stesso vale per l’uomo».
Analizzando come le cellule tumorali si comportano e come proliferano, il gruppo di Hirsch ha aperto una porta sul futuro: oggetto dello studio, pubblicato su «Science Signaling», è una parte dei tumori del seno, quelli chiamati Her2 e che rappresentano il 20% dei casi. Hanno la particolarità di possedere un recettore cellulare in eccesso, che invia segnali «impazziti» alla cellula.
«I recettori cellulari, tra cui Her2, sono come antenne poste sulla membrana cellulare e captano un segnale. Questo, però, è debole e per essere "ascoltato" ha bisogno di essere amplificato. Nella cellula esistono diversi amplificatori, che fanno sì che la cellula esegua il comando captato dai recettori. Tra questi, ci sono alcuni enzimi, chiamati PI3Kbeta».
Nei tumori in cui il recettore Her2 è in eccesso c’è un invio di messaggi sbagliati: è come se l’antenna trasmettesse una musica che non esiste, per esempio ordinando alla cellula di generare cellule tumorali. Da anni sono state messe a punto terapie per cercare di spegnere questi recettori: si usano, per esempio, anticorpi che «si attaccano» al recettore, impedendogli di trasmettere. Purtroppo, però, anche con i recettori bloccati, in una certa percentuale di casi il tumore riesce lo stesso a trovare l’amplificatore, probabilmente con una «scorciatoia» per attivare l’enzima PI3Kbeta . Ed è questa particolarità ad aver incuriosito i ricercatori di Torino, che hanno intrapreso un’altra strada: non bloccare solo il recettore, ma cercare di spegnere l’amplificatore, ossia disattivare l’enzima PI3Kbeta.
«Abbiamo pensato che, se riuscivamo a spegnere questi enzimi, a spegnere l’amplificatore delle cellule tumorali, il segnale non sarebbe stato ascoltato dalla cellula – spiega Elisa Ciraolo, coautrice del lavoro- . Era un’ipotesi affascinante, ma relativamente azzardata, perché nella cellula esistono tanti amplificatori in batteria. Solo nella famiglia degli enzimi PI3Kbeta esistono quattro forme e noi ne spegnavamo solo una». Ma, a volte, la fortuna aiuta gli audaci e i ricercatori hanno trovato che l’antenna, il ricettore Her2, quando impazzisce, vuole usare solo l’amplificatore PI3Kbeta .
«Abbiamo incrociato due gruppi di topolini – racconta Hirsch – . Il primo aveva il ricettore Her2 "iperattivo" e tipico del tumore alla mammella. Il secondo gruppo aveva una modificazione genetica, che prevedeva la disattivazione dell’amplificatore PI3Kbeta» .
L’ipotesi prevedeva che, se il meccanismo di amplificazione fosse stato importante per l’attività del recettore mutato, si sarebbe assistito a una riduzione della comparsa del tumore. Effettivamente, nei topi con ricettori Her2 iperattivi e con PI3Kbeta attivo, in 22 settimane si formava una massa tumorale palpabile. Al contrario, nei topolini sempre Her2, ma con PI3Kbeta disattivato, dopo lo stesso periodo, non si era sviluppato il tumore. Per vederne la comparsa, bisognava aspettare anche più di un anno e, vista la vita media di due anni del topo, ciò significava un lungo periodo senza malattia .
«Bisogna, però, essere cauti e non alimentare false speranze – sottolinea Hirsch -. Non curiamo i tumori al seno e ciò che abbiamo scoperto è che la disattivazione dell’enzima PI3Kbeta ne ritarda di molto la comparsa nei topolini malati».
Quello che è certo è che gli effetti collaterali della disattivazione dell’enzima sembrano assolutamente controllabili. «Unico effetto della disattivazione, secondo il nostro studio – chiarisce Circolo – è che i topi sviluppano una lieve iperglicemia, ossia una forma lieve di diabete, che però può essere facilmente trattato» .
Dalla teoria alla pratica, purtroppo, i tempi non sono mai brevi. «Lavoriamo per selezionare una molecola che disattivi l’enzima e vorremmo creare una sorta di piccola casa farmaceutica, "gemmata" dal gruppo di ricerca- sottolinea Hirsch -. Una volta individuata la molecola, dalla sperimentazione alla terapia ci vorranno dai cinque ai 10 anni. Ma sono ottimista, perché c’è molta competizione internazionale. In contemporanea al nostro lavoro è stata pubblicata, su "Nature", una ricerca dell’Università di Harvard praticamente equivalente, sempre sull’enzima PI3Kbeta, stavolta sul tumore alla prostata. Adesso io spero in un accorciamento dei tempi» .
Speranza condivisa da milioni di donne nel mondo.